Se la nostra personalità e individualità, cioè il nostro stesso esistere, si esprimono con il parlare, verbalmente o meno, il tacere vuol dire negare noi stessi, e quindi morire in quanto individui.
Con ciò non intendo l'incoraggiare un'inflazione della comunicazione, come spesso avviene specialmente nella società odierna. L'ipercomunicazione spesso non dice nulla, e tace le cose che contano per coprire un certo horror vacui associabile a una mentalità consumistica. Iniziamo a tacere parole o gesti che rappresenterebbero la nostra resistenza rispetto alla realtà, il nostro porci dialetticamente e pericolosamente in antagonismo,e quindi ci omologhiamo perdendo la nostra identità.
Ma quali sono le cose che contano? Credo siano proprio le cose che non diciamo, così importanti che temiamo di esprimerle e le nascondiamo dietro apparenze di comunicazione. E sentiamo la loro mancanza.
ci hanno abituato a credere che basti esprimere un desiderio al cadere di una meteorite perché si avveri, un giorno. da piccoli alcuni di noi recitavano preghiere perché i propri sogni si realizzassero: che il nuovo fratellino fosse una sorellina, che andasse bene il compito di matematica, che facesse bello così si poteva andare a fare un pic-nic.
ora che tutte queste cose le possiamo avere siamo insonni per la consapevolezza che i nostri sogni più importanti non si realizzeranno. e così impediamo loro di esistere, perché nella veglia non ci sono sogni.
nella vita i falsi allarmi sono numerosi, e quando giunge il pericolo vero a volte non lo si riconosce come tale, ma lo si confonde fra tante cassandre...
Haud facile fides
mendaci homini tribuĭtur, ut fabella docet. Puer ovium custos erat et
cotidie, prima luce,ex ovili in viridia prata gregem suum agebat. Olim,
dum oves pascit, quod taedio afficiebatur, per iocum magna voce
inclamare coepit: “Ferte mihi auxilium! Adventant enim lupi famelici,
qui pecŏra mea vorare cupiunt”. Statim pastores et agricolae cum
bacŭlis concurrērunt sed nullos lupos invenērunt. Tum puer: “Vobis
gratias ago, - inquit – quod celerĭter pervenistis, sed lupi, postquam
clamorem meum audivĕrant et adventum vestrum animadvertĕrant, timore
capti sunt et in silvas confugērunt. Redĭte igĭtur aequo animo ad opera
vestra”. Laetus ioco puer saepius inclamavit et, quotienscumque homines
veniebant, novas excusationes inferebat. Denĭque cum lupi vere
supervenērunt, puer terrĭtus rursus auxilium imploravit, sed agricolae
saepe decepti puero fidem non tribuērunt. Itaque lupi sine pericolo
magnum ovium numerum cepērunt et devoravērunt.
vorrei ringraziare innanzitutto l'affollatissima platea del mio blog.
nelle mie divagazioni musicali mi sono dedicata nuovamente con grande entusiasmo alla musica balcanica, che per me esprime una sorta di felicità dai toni malinconici, se mi consentite l'ossimoro.
è forse il genere musicale che maggiormente mi rappresenta, musica popolare che non eccede in lirismi ingiustificati. a volte epica, ma del tipo che mi fa piangere, non ridere. emanazione di vitalità consapevole della sofferenza.
come le scarpette rosse di andersen, che le indossi e devi danzare anche se non vuoi, non riesco a resistere al fascino delle sonorità balcaniche. e non si può certo dire che io sia sensibilissima a certe atmosfere troppo palesemente festose né all'esaltazione delle folle.
ma mi auguro invece di essere nuovamente assorbita in quest'incoscienza ballerina quando vedrò il concerto della kocani orkestar, stella cometa a cui anelo nel discutibile panorama culturale della città in cui vivo, e che mi ricorda di tenere sempre la testa in alto, just in case.
tanto per cambiare sono di pessimo umore e l'unica cura risulta essere reagire con l'aiuto di un grazioso brano di hardcore techno del gruppo olandese neophyte.
queste sparate di batteria elettronica sono rivolte ai denti di tutti coloro che aprono la bocca per darle aria, con l'unico risultato di espandere all'esterno il loro marciume o la loro sbiaditezza interiore, rallegrandosi per l'ebete attenzione degli astanti.
grazie a tutt* coloro che sono capaci di esprimere in modo diretto il loro dissenso e di andarsene al momento giusto
meglio sole che male accompagnate? meglio una giornata di sole che una giornata di male accompagnate? meglio una giornata di sole CON tante scampagnate
è la tensione verso la conoscenza che spinge l'essere umano a migliorarsi, o a peggiorarsi, a vivere, è la virtù e la condanna dell'essere umano. è la curiosità che porta ulisse di luogo in luogo, di avventura in avventura, mentre penelope aspetta a casa a tessere la tela... prometeo ruba il fuoco a zeus per darlo agli uomini, quel fuoco che permetterà loro di evolversi e allo stesso tempo li condannerà a soffrire... eva fa rubare la mela ad adamo e per questo sarà destinata a partorire con dolore.. anche nel caso di sisifo, la sagacia dell'uomo che osa sfidare gli dei viene punita con un terribile supplizio: sisifo avrebbe dovuto far rotolare un masso dalla base alla cima di un monte. tuttavia, ogni volta che stava per raggiungere la cima, il masso rotolava nuovamente alla base del monte, per cui sisifo dovette per l'eternità ricominciare la sua scalata.
ogni volta che pensiamo di essere arrivati a capire siamo condannati a ricominciare da capo, e per sempre cercheremo di raggiungere quella meta che ci motiva a vivere, ma a cui probabilmente non arriveremo mai
Mi hai travolto con un vento di follie non dette / D’improvviso spalancavi finestre sul mondo / e mi sbattevi fuori senza avvertire / Ho nuotato nei tuoi pensieri / Da lì / guardavo il cielo dei tuoi occhi / senza nuvole ma così lontani / È impossibile versare il tuo mare nel mio lago personale / Sei il tramonto che brucia ciò che tocca e poi scompare / Sei la terra che tocco quando non ci sei / Sai di bosco e di mare e legno arso / Sei la roccia che non parla / scavata dai ricordi del pianto / Mi schiaffeggi arrogante / e ridi di nascosto / Sei la marea che si ritrae e lascia indietro / le conchiglie più belle.
a costo di sembrare snob, che ricordo vuol dire sine nobilitate, cioè senza nobiltà (del resto ho origini contadine e me ne vanto) nelle mie ricerche linguistiche ho pensato che il lessico delle commesse sia spesso degno di nota e che meriti il giusto spazio in una trattazione a parte.
alcuni termini di uso comune:
- LA scarpa, IL pantalone, L'occhiale, IL capello... riportano a una regola più generale: i termini legati all'abbigliamento e all'aspetto esteriore che normalmente sarebbero al plurale diventano singolari e preferibilmente preceduti dall'articolo determinativo - e non indeterminativo -, cosa che ne esprime l'assolutezza. l'assolutezza degli oggetti, che in una logica commerciale vengono rivestiti di una valenza superiore. in una vetrina ho anche visto una cartellino in cui era scritto "scarpa" e poi il prezzo, e sono rimasta nel dubbio che il prezzo debba essere raddoppiato se si desiderano entrambe le scarpe
- longuette, trench, leggings... si espande l'uso di termini non italiani, un tempo mutuati più che altro dal francese e ora maggiormente dall'inglese. è necessario un apposito vocabolario moda-italiano per comprendere il significato di queste espressioni
mi riservo di continuare questa ricerca per venire incontro ai lettori che si trovano disorientati quando frequentano negozi e parrucchieri
cosa vogliamo lasciare sepolto in un vasetto sotto terra per quelli che vorranno cercarci quando non ci saremo più? tu, io? cos'è per noi la cosa più importante e che ci rappresenta di più? dev'essere una cosa che a me è già stata tramandata oppure voglio io tramandare qualche cosa?
una cosa che per me sia davvero importante, così importante che è come se fossi io quando non ci sarò più? forse lascerei una matita con la punta di quattro colori diversi, oppure un pezzo di vetro rotto che quando ci guardi attraverso vedi la realtà come davvero è, con tante facce diverse a seconda dell'angolazione.